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Intervista al fondatore

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Sestilio Paletti, uno dei più noti immobiliaristi milanesi, era nato a Fucecchio il 12 giugno .

Nel primo dopoguerra si è trasferito a Milano, dove ha iniziato a lavorare come mediatore nella compravendita di locali.

Successivamente ha intrapreso la sua personale carriera nel mondo immobiliare e nel 1978 ha fondato un’azienda propria, la Filcasa S.p.A., che distinguendosi per serietà e correttezza ha raggiunto in pochi anni una posizione di primo piano nel panorama del real estate milanese.

Imprenditore lungimirante e generoso, Paletti ha iniziato presto a manifestare la sua vocazione solidale.

In questa l’intervista possiamo leggere la presentazione di quelle che lui chiamava la sua “creatura”: la Fondazione che porta il suo nome.

Cavalier Paletti, ci racconta come è cominciata la sua esperienza nel mondo della solidarietà?

Intanto, la prego di non chiamarmi Cavaliere: è un titolo vecchiotto, che mi ricorda troppo il fatto di essere ormai un uomo anziano!

Ho mosso i primi passi in questo mondo all’inizio degli anni ’60, quando nel contesto di un Lions Club ho promosso la creazione del servizio di cani-guida per ciechi. Ne ho poi sostenuto l’attività con numerose iniziative di fundraising per oltre un decennio. A quell’epoca era tutto più semplice: la burocrazia era poca, per fare del bene bastavano “cuore in mano” e tanta buona volontà. Di quegli anni ricordo con nostalgia l’entusiasmo che derivava dalla soddisfazione di riuscire a rendere meno difficile la vita di persone sfortunate.

Ho detto soddisfazione, ma dovrei dire vera e propria gioia: forse è sull’onda di quello stato d’animo che ho deciso di continuare a percorrere la strada della beneficenza.

E come ha proseguito?

Era il 1988. Ancora una volta, l’occasione mi è stata offerta dal Lions Club di cui facevo parte. Ho partecipato a una serata conviviale in cui un esperto ci parlò di una condizione agghiacciante: quella dei “murati vivi”. Quella sera ero stanchissimo e, sinceramente, poco motivato ad ascoltare. Ma quello che ci stava spiegando l’esperto mi fece drizzare i capelli in testa (allora ne avevo molti più di adesso!).
Si trattava di quei soggetti che, in seguito a una lesione cerebrale, perdono la possibilità di muoversi e di parlare, pur mantenendo intatte le loro facoltà mentali. Tra questi c’erano anche dei bambini, affetti da danni al cervello fin dalla nascita.

Quella notte, pensandoci, non sono riuscito a chiudere occhio. Io, che considero la comunicazione con i miei simili più necessaria dell’ossigeno, non avrei potuto immaginare una tragedia peggiore.

L’indomani ho deciso: avrei fatto qualcosa. Mi sono informato e ho saputo che esisteva un metodo per permettere a queste persone di comunicare con un sistema di simboli. Ci volevano dei locali, dei macchinari e dei professionisti per l’addestramento: me li sono procurati e ho creato così l’AICA (Associazione Incremento Comunicazione Alternativa). Non so descrivere la felicità degli utenti dell’Associazione quando riuscivano ad esprimere, con questo sistema, il loro pensiero e le loro necessità.

Ho coinvolto nell’iniziativa gran parte della Milano che conta e grazie ai risultati che ottenevo perfino il premio Nobel Renato Dulbecco ha accettato di diventare Presidente Onorario dell’Associazione.

Un’esperienza che è durata oltre 10 anni, forse i più felici della mia vita. L’ho conclusa solo quando le ASL hanno iniziato a fornire lo stesso servizio.

Dunque fino a quando ha poi creato la Fondazione il suo bisogno di fare del bene è rimasto nel cassetto?

No davvero! Ho iniziato a sostenere economicamente diverse iniziative, tra cui la Comunità “Ndugu Zagu”, creata nel Kenya settentrionale da Luigi Panzeri, un missionario laico originario di Cassago Brianza. La Comunità garantiva istruzione, assistenza medica e interventi chirurgici qualificati ai bambini orfani, disabili e affetti da cardiopatie che vivono in quella zona poverissima.

Ho contribuito nel frattempo anche a diverse altre attività benefiche, sempre constatando che aiutare gli altri è il miglior modo per aiutare sé stessi: non mi stancherò mai di ripeterlo, per me è sempre stato così.

Arriviamo allora alla Fondazione Paletti. Come e perché le è nata l’idea di crearla?

Io sono approdato a Milano “con una mano davanti e una dietro”, come si suol dire. Venivo da una famiglia contadina della campagna toscana più povera e ho cominciato a lavorare in questa città partendo molto dal basso, quando avevo solo quattordici anni. Ho faticato -tanto!- e ho avuto fortuna. Ho creato un’azienda che mi ha dato molte più soddisfazioni di quelle che mi sarei aspettato. E poi c’è la famiglia: ho un’ottima moglie; tre figli sani, intelligenti, affettuosi; tre nuore in gamba e per bene; sei nipoti che adoro. Per me non potrei chiedere di più.  Ma credo che nella vita, così come nelle relazioni umane, non si possa soltanto avere: bisogna anche dare. Quindi ho voluto destinare parte del mio patrimonio ad attività di beneficenza non occasionali, ma svolte in modo strutturato e stabile. Un sogno che coltivavo da qualche tempo e che ora, giunto al culmine della carriera, ho realizzato. La Fondazione Paletti è il mio modo di esprimere la gratitudine per quella vita piena, per quel benessere, per quella serenità che io ho avuto e che nel mondo manca a troppe persone. Persone anche migliori di me ma non altrettanto favorite dal destino.

Concretamente, a quali bisogni intende rispondere con questa sua iniziativa? 

Voglio dare un contributo alla lotta contro questi tre mostri: fame, malattie, emarginazione. È profondamente ingiusto che tanti ne subiscano il peso. È intollerabile pensare ai bambini che non hanno cibo, vaccinazioni e medicine; alle madri disperate perché non possono proteggerli dalla sofferenza; ai giovani che si smarriscono per mancanza di prospettive e non riescono a dare un senso alla loro vita. L’elenco dei bisogni è lungo e le risposte sono sempre troppo poche, ma questo non giustifica l’indifferenza né tantomeno l’egoismo. Io penso che ognuno dovrebbe fare quello che può, poco o tanto che sia, per dare una mano ai meno fortunati.

Mi perdoni per quest’ultima domanda un po’ indelicata. Lei ha detto di essere anziano, anche se non lo sembra affatto. Ma una Fondazione come la sua non ha bisogno di essere portata avanti a lungo da chi l’ha creata?

Grazie per il complimento e grazie per una domanda che in effetti mi sembra molto sensata.  La continuità della Fondazione è affidata ai miei figli, che ne condividono le intenzioni e gli obiettivi. E so di poter contare per questo anche sul mio carissimo amico Enzo Ricci, che non mi ha mai deluso quando l’ho coinvolto in un’iniziativa. Loro sapranno far proseguire la mia “creatura” lungo la linea che ho tracciato, anche in mia assenza.